L’artrosi della spalla è il cambiamento progressivo della cartilagine che riveste l’articolazione tra l’omero e la scapola. È una condizione comune dopo i sessant’anni, e il motivo per cui molte persone arrivano da me con la stessa frase: «non riesco più ad alzare il braccio come prima».
In questa pagina ti spiego che cosa succede davvero nella spalla, quali sintomi contano, quando serve un accertamento e che cosa la fisioterapia può fare per te. Ti dico anche, con onestà, che cosa non può fare.

La testa dell’omero e la cavità della scapola sono rivestite da uno strato di cartilagine liscio e scivoloso. Quello strato permette al braccio di muoversi senza attrito.
Con gli anni la cartilagine può assottigliarsi e diventare irregolare. Lo spazio tra le due ossa si riduce e ai bordi dell’articolazione compaiono piccole sporgenze ossee, gli osteofiti.
Fin qui la descrizione classica. Ma c’è una cosa che voglio dirti subito, perché cambia il modo in cui affronterai il problema: questi cambiamenti sono in buona parte fisiologici e presenti anche in persone che non hanno alcun dolore. Non sono un ingranaggio che si sta rompendo.
Soprattutto, il movimento non consuma la spalla. È l’immobilità a peggiorare le cose, perché una spalla che non si muove diventa rigida in fretta.
Nei referti trovi spesso la parola omartrosi. Indica l’artrosi dell’articolazione principale, quella tra la testa dell’omero e la scapola. È la forma di cui parliamo qui.
Esiste però anche l’artrosi dell’articolazione tra clavicola e acromion, molto più superficiale. Dà un dolore puntuale sulla sommità della spalla, che peggiora quando porti il braccio attraverso il petto.
Distinguerle conta, perché il dolore si comporta in modo diverso e il trattamento cambia. Se non hai ancora un inquadramento chiaro, ti può essere utile leggere la pagina più generale sul dolore di spalla.
Nella maggior parte dei casi non c’è una causa unica. Concorrono l’età, la genetica, il carico di lavoro sostenuto negli anni e la storia della tua spalla.
Alcune situazioni però la rendono più probabile. Una frattura dell’omero guarita con una piccola deformità, ripetute lesioni del cercine o episodi di instabilità lasciano un’articolazione che lavora in modo meno preciso.
Anche i lavori manuali svolti a lungo con le braccia sopra la testa hanno un ruolo. Non perché il movimento faccia male, ma perché un carico elevato e sempre uguale, mantenuto per decenni, lascia il segno.
La cuffia dei rotatori è il gruppo di muscoli che tiene la testa dell’omero centrata nella sua cavità. Quando è lesionata da tempo, quel centraggio si perde e la testa dell’omero risale.
Il carico si concentra allora su una zona ristretta, e l’articolazione si modifica più rapidamente. È una situazione diversa dall’artrosi comune e richiede attenzioni specifiche, che approfondisco nella pagina sul tendine della spalla lesionato.

Il dolore è profondo, sordo, localizzato davanti o sul lato della spalla. Spesso si irradia verso la parte alta del braccio, ma non scende oltre il gomito.
All’inizio compare solo con certi movimenti: alzare il braccio, allacciare il reggiseno, prendere qualcosa dal sedile posteriore dell’auto. Con il tempo può farsi sentire anche di notte, soprattutto se dormi sul fianco dolente.
Il secondo sintomo è la rigidità. La spalla si scalda lentamente al mattino e i movimenti più difficili sono la rotazione esterna e il portare la mano dietro la schiena.
Molti riferiscono scricchiolii o sensazioni di sfregamento. Da soli non indicano nulla di grave: contano solo se accompagnati da dolore e limitazione.
Quando ti visito, la prima cosa che valuto è come si perde il movimento. Nella capsulite adesiva la spalla si blocca in ogni direzione, anche quando sono io a muovertela, e la rotazione esterna scompare quasi del tutto.
Nell’artrosi la limitazione è più selettiva e spesso il movimento passivo resta migliore di quello attivo. Nelle sofferenze della cuffia, invece, il dolore compare in un arco di movimento preciso, mentre il resto scorre bene.
Sono differenze che si colgono con l’esame clinico, non con un’immagine.
Nell’artrosi la radiografia in due proiezioni è l’esame di riferimento e ha senso quando il quadro è chiaro da tempo, o quando si sta valutando un percorso più impegnativo.
Serve invece a poco se il dolore è comparso da poche settimane, non ci sono segnali d’allarme e non abbiamo ancora provato nulla.
E qui va detta chiaramente una cosa: il grado di artrosi visibile sulla lastra non predice quanto ti farà male né quanto potrai muoverti. Vedo persone con radiografie impressionanti e spalle funzionanti, e persone con reperti modesti e dolore importante.
La lastra descrive un’articolazione. Non descrive te. È la valutazione clinica a dirci da dove partire.

Non esiste un protocollo uguale per tutti. Parto sempre da una valutazione: quali movimenti hai perso, che cosa scatena il dolore, che cosa ti serve rifare nella vita di ogni giorno. Il percorso si costruisce da lì.
Lavoro con mobilizzazioni graduali dell’articolazione e sui tessuti attorno alla spalla, che con il tempo diventano rigidi e limitano lo scorrimento.
Tratto anche la scapola, perché quando la spalla si irrigidisce il corpo compensa spostando tutto il lavoro lì, e quel compenso diventa a sua volta una fonte di dolore.
La terapia manuale apre una finestra di movimento migliore. Serve a rendere possibile l’esercizio, non a sostituirlo.
È il pilastro del trattamento, ed è ciò che le linee guida internazionali indicano come intervento di prima scelta nella gestione conservativa dell’artrosi gleno-omerale (American Physical Therapy Association, 2023).
Si comincia da movimenti dolci per recuperare ampiezza, poi si passa al rinforzo della cuffia dei rotatori e dei muscoli che governano la scapola.
Una spalla con muscoli forti sopporta meglio il carico, ed è questo che riduce il dolore nel tempo. Il lavoro attivo lo strutturo dentro un percorso di chinesiterapia, adattato a quello che riesci a fare.
La tecarterapia e il laser Nd:YAG possono darti sollievo e rendere più tollerabile il lavoro attivo.
Voglio però essere chiaro su cosa fanno e cosa non fanno: agiscono sul sintomo e ti aiutano a muoverti meglio. Non rigenerano la cartilagine e non modificano l’articolazione.
Per questo le uso come supporto e mai da sole. Una spalla trattata solo con le macchine, senza esercizio, torna al punto di partenza. Puoi vedere tutte le tecnologie che utilizzo nella sezione fisioterapia.

Il messaggio principale è semplice: continua a muovere la spalla. Ridurre i gesti che la irritano molto, sì. Smettere di usarla, mai.
L’esercizio pendolare che vedi qui sopra è tra i più semplici da fare a casa: appoggi una mano a un tavolo, inclini il busto in avanti e lasci che l’altro braccio penda e oscilli liberamente. Non serve forza, serve regolarità.
Per il resto: cambia spesso posizione, evita di tenere il braccio fermo al collo, e distribuisci i pesi invece di caricarli tutti da un lato.
Sui farmaci e sugli integratori non entro nel merito: parlane con il tuo medico, è la persona giusta.
Te lo dico in apertura del percorso, non alla fine, perché aspettative sbagliate rovinano anche i buoni risultati.
La fisioterapia non ricostruisce la cartilagine e non fa sparire gli osteofiti. Non riporta la radiografia com’era vent’anni fa, e nessun macchinario può farlo.
Non posso nemmeno prometterti la scomparsa completa del dolore in ogni caso, né stabilire in anticipo quante sedute serviranno: dipende da come risponde la tua spalla, e lo capiamo strada facendo.
Quello che può fare, e che vedo accadere regolarmente, è restituirti movimento, ridurre il dolore e rimettere in ordine i compensi. Spesso è esattamente quello che ti serve per tornare a vivere normalmente.
Quando il dolore resta invalidante nonostante un percorso conservativo ben condotto, e la spalla limita in modo pesante la vita quotidiana, si valuta l’intervento di protesi.
Questa decisione non spetta a me: spetta all’ortopedico, che valuta l’articolazione, lo stato della cuffia, la tua età e le tue esigenze.
Quello che posso dirti è che arrivare all’intervento con una spalla mobile e muscoli allenati rende il recupero successivo più semplice. Anche per questo un tentativo conservativo ha senso quasi sempre.
Al termine del percorso ti consegno una relazione scritta con la valutazione iniziale, il lavoro svolto, i movimenti recuperati e le indicazioni per mantenere il risultato.
Serve a te, per sapere a che punto sei, e serve al tuo medico o all’ortopedico che ti segue. È il modo in cui lavoriamo insieme invece che ciascuno per conto proprio.
Puoi essere seguito nella sede di Gravina di Catania, in Via San Paolo 96/B, oppure in quella di Sant’Agata Li Battiati, in Via Alcide De Gasperi 1/3.
Entrambe dispongono delle attrezzature necessarie per il trattamento della spalla. Scegli semplicemente quella più comoda da raggiungere.
Se vuoi capire da dove partire, puoi prenotare una visita. Trovi tutte le altre condizioni che tratto nella sezione dedicata alle patologie della spalla.