Poche diagnosi spaventano quanto l’ernia del disco lombare. Chi esce dalla risonanza con quel referto in mano immagina spesso una colonna rotta, un intervento inevitabile, una vita di limitazioni. Nella pratica quotidiana le cose vanno diversamente, e molto più spesso in meglio di quanto si teme. In questa pagina ti spiego che cos’è davvero, quando fa male e quando no, cosa dice la ricerca sul suo decorso naturale e come la trattiamo nelle mie due sedi di Gravina di Catania e Sant’Agata Li Battiati.
Si parla di ernia del disco lombare quando parte del materiale contenuto all’interno di un disco intervertebrale esce dalla sua sede naturale, nel tratto basso della colonna.
Non è una vertebra che si rompe e non è la colonna che cede. È un tessuto morbido che si sposta. Il problema, quando c’è, nasce dal fatto che quel materiale può finire vicino a una radice nervosa e irritarla.

Tra una vertebra e l’altra si trova il disco, che ammortizza i carichi e permette il movimento. È formato da due parti.
All’esterno c’è l’anello fibroso, costituito da numerosi strati concentrici di fibre resistenti, un po’ come gli anelli di un tronco. Al centro c’è il nucleo polposo, una massa gelatinosa ricca d’acqua che distribuisce le pressioni in tutte le direzioni.
Con gli anni l’anello perde elasticità e può fissurarsi. Di conseguenza il nucleo trova una via di uscita, e questo è il punto di partenza di tutto il processo.

Sui referti trovi termini diversi, che indicano stadi diversi dello stesso processo:
Il referto indica anche la posizione: mediana, paramediana, foraminale o extraforaminale. Serve a capire quale radice nervosa può essere coinvolta. Tuttavia, e lo vedremo tra poco, la gravità del referto non corrisponde alla gravità dei sintomi.
Quando l’ernia del disco lombare dà disturbi, il quadro tipico comprende:
Questa è l’informazione che cambia il modo di guardare il proprio referto: moltissime persone hanno protrusioni ed ernie senza alcun sintomo, e non lo scoprono mai.
Capita spesso di trovarle per caso, in una risonanza fatta per altri motivi. La presenza di un’ernia sulle immagini, quindi, non dimostra da sola che sia lei la causa del tuo dolore. Quello che conta è la corrispondenza tra ciò che si vede e ciò che senti: la sede del dolore, il territorio del formicolio, i test clinici. Se referto e sintomi non combaciano, il colpevole è un altro.
È il dato meno conosciuto e forse il più incoraggiante. Il materiale erniato non resta lì per sempre: l’organismo lo riconosce come estraneo e in molti casi lo rimuove progressivamente.
Una revisione sistematica pubblicata su Clinical Rehabilitation, che ha raccolto 31 studi, ha osservato una regressione spontanea nel 96% delle ernie sequestrate, nel 70% di quelle espulse e nel 41% delle protrusioni.
Leggi bene quei numeri, perché sono controintuitivi: più l’ernia è grossa e più il frammento si è allontanato dal disco, più è probabile che venga riassorbito. Per questo motivo un referto che sembra drammatico non è necessariamente una condanna, e per questo ha senso dare tempo al percorso conservativo prima di pensare ad altro.
La grande maggioranza delle ernie lombari si concentra sugli ultimi due livelli: L4-L5 e L5-S1.
Il motivo è meccanico. Quei segmenti si trovano tra due zone poco mobili, il tratto dorsale sopra e il sacro sotto, e finiscono per muoversi più del dovuto compensando la rigidità dei vicini. Inoltre sopportano il carico maggiore di tutta la colonna.
A questo si aggiungono sedentarietà, mancanza di varietà nei movimenti e una muscolatura profonda che lavora poco. Il ragionamento completo su come l’assetto generale influisce sul carico lo trovi nella pagina postura e mal di schiena.

Nella fase acuta l’obiettivo è ridurre l’infiammazione attorno alla radice nervosa e togliere pressione dalla zona.
Uso posture di scarico che decomprimono la radice interessata, tecniche manuali dolci come il pompage e le trazioni, e le terapie fisiche ad alta tecnologia: tecarterapia, laser Nd:YAG, criolaser e neurostimolatore Interix.
Sul movimento vale la stessa regola della sciatalgia: riduci, non azzerare. Evita per qualche giorno le posizioni che accentuano il dolore lungo la gamba, ma non passare le settimane a letto, perché l’immobilità irrigidisce e allunga i tempi. La cintura lombare può aiutare in momenti specifici, per esempio durante un viaggio lungo o un impegno inevitabile, ma non va indossata tutto il giorno: la muscolatura deve continuare a lavorare.

Ridotto il dolore, comincia il lavoro che fa davvero la differenza sul lungo periodo.
Qui recuperiamo la mobilità dell’intera colonna, non solo del segmento coinvolto, e riattiviamo la muscolatura profonda che stabilizza: trasverso dell’addome, spinali, pavimento pelvico. Utilizzo il metodo McKenzie quando il quadro lo indica, insieme al metodo Mézières e alla rieducazione posturale globale.
Nella parte finale del ciclo si lavora sul carico progressivo, perché una schiena che torna forte è una schiena che ricade di meno.
L’intervento entra in gioco in una minoranza di casi: dolore severo che non migliora dopo un percorso conservativo condotto seriamente, oppure segni neurologici evidenti e progressivi. I quadri elencati nel riquadro rosso, invece, richiedono valutazione urgente a prescindere.
Fuori da queste situazioni conviene non avere fretta, proprio alla luce dei dati sul riassorbimento. La decisione, in ogni caso, spetta al neurochirurgo dopo una valutazione completa: non è una scelta che compete a me.
Si parte sempre dalla valutazione clinica, integrata quando serve dalla diagnosi posturale strumentale, per capire come il carico si distribuisce mentre ti muovi.
Sui limiti sono altrettanto netto. La fisioterapia non spinge l’ernia dentro il disco e non ricostruisce un disco degenerato: quando il materiale si riassorbe, è il tuo organismo a farlo, non le mie mani. Non sostituisce un intervento quando l’indicazione chirurgica è reale. Inoltre non consiglio né farmaci né integratori, perché non è competenza del fisioterapista.
Quello che possiamo fare è ridurre il dolore, restituire movimento, accompagnare il periodo in cui il corpo lavora per conto suo e ridurre le probabilità di ricaduta. Al termine del ciclo rilascio una relazione fisioterapica dettagliata, utilizzabile anche in ambito medico-legale. Lavoro dal 1994 nelle due sedi di Gravina di Catania e Sant’Agata Li Battiati: puoi prenotare una visita o consultare tutte le patologie del tratto lombare.