
Hai fatto una risonanza magnetica per un dolore al collo che non passa. Nel referto compaiono due parole: ernie cervicali. E adesso ti chiedi se i sintomi che senti dipendono davvero da loro.
È la domanda giusta. Tuttavia la risposta non è quella che ti aspetti.
Le ernie cervicali, infatti, sono molto più diffuse di quanto immagini. Uno studio giapponese ha esaminato la risonanza di 1.211 persone che non avevano alcun dolore al collo. Quasi il 90% mostrava alterazioni del disco.
In questa pagina ti spiego che cosa sono, quali sintomi provocano e come le trattiamo. Sono il Dott. Giuseppe Palumbo e seguo questa patologia dal 1994, nei due centri CGM di Gravina di Catania e Sant’Agata Li Battiati.
Il collo è formato da sette vertebre. Tra una vertebra e l’altra si trova il disco intervertebrale, una struttura morbida che ammortizza il carico e permette il movimento.
Immagina il disco come un cuscinetto. All’esterno c’è un anello fibroso resistente, chiamato anulus. All’interno c’è un gel, il nucleo polposo.
Con il passare degli anni l’anello perde elasticità e diventa più rigido. Di conseguenza può fissurarsi.
Se il gel spinge verso l’esterno senza uscire, parliamo di protrusione discale. Se invece l’anello si rompe del tutto e il nucleo fuoriesce, siamo davanti a una vera ernia.
A questo punto entra in gioco un dettaglio anatomico decisivo. Il disco confina con le radici nervose che escono dalla colonna e raggiungono spalla, braccio e mano. Il materiale fuoriuscito le irrita e da lì nascono i sintomi.
Poiché ogni disco può degenerare, spesso il referto segnala più erniazioni. Trovare due o tre ernie cervicali, quindi, non significa automaticamente avere un quadro grave.

Torniamo allo studio citato all’inizio. Nakashima e colleghi hanno valutato 1.211 volontari sani e hanno trovato un rigonfiamento del disco nell’87,6% dei casi, come documenta la pubblicazione sulla rivista Spine.
Il dato ci insegna una cosa fondamentale: la risonanza fotografa la struttura, non il dolore.
Il male al collo, infatti, nasce quasi sempre da più fattori insieme. Contratture muscolari, articolazioni rigide, trigger point e abitudini posturali scorrette contribuiscono tutti al quadro. Spesso sono proprio loro i responsabili principali, come approfondisco nella pagina dedicata alla cervicalgia.
Per questo motivo la valutazione clinica conta almeno quanto il referto. L’esame strumentale ci dice che cosa c’è, l’esame fisico ci dice che cosa fa male davvero.
Quando l’ernia diventa sintomatica, il quadro comprende in genere quattro elementi:
Vediamoli uno per uno.
Un disco danneggiato modifica il movimento della vertebra. Di conseguenza si irritano anche le piccole articolazioni posteriori, chiamate faccette articolari.
Il risultato è un dolore locale accompagnato da rigidità. Se a questo si aggiunge una contrattura muscolare di difesa, l’intensità può diventare notevole. Nei casi acuti il collo si blocca del tutto, come accade nel torcicollo.
Da ogni spazio tra due vertebre esce una radice nervosa. Quella radice porta il comando di movimento ai muscoli del braccio e raccoglie la sensibilità della pelle.
Ogni radice serve un’area precisa. Perciò, in base al livello coinvolto, il dolore segue un percorso riconoscibile lungo spalla, braccio e avambraccio. Quando il sintomo scende fino alla mano parliamo di cervicobrachialgia.
Attenzione però a un punto delicato. Anche un trigger point del muscolo sottospinoso irradia dolore verso il braccio e imita perfettamente questo quadro. In quel caso l’ernia vista in risonanza è presente, ma non è lei la colpevole.
Riconoscere la differenza è compito del medico e del fisioterapista. Se si tratta il distretto sbagliato, il risultato non arriva: ecco perché molte persone non guariscono mai in modo soddisfacente.

I pazienti lo descrivono come una scossa elettrica. La sensazione parte dal collo e scende lungo il braccio, a volte fino alle dita.
Anche qui il territorio interessato dipende dalla radice compressa. Per questo motivo la mappa del formicolio è un’informazione preziosa durante la visita: ci indica il livello vertebrale da esaminare.
Più la compressione è intensa, più il nervo si infiamma. L’edema che si forma stringe ulteriormente la struttura e alimenta un circolo vizioso.
Questo sintomo non va mai sottovalutato. Se la compressione dura troppo, il danno rischia di non recuperare completamente, nemmeno dopo un intervento chirurgico.
Per misurare il danno il medico prescrive un’elettromiografia degli arti superiori. L’esame valuta la conducibilità del nervo e quantifica il grado di sofferenza.
Nel frattempo la debolezza incide sulla vita quotidiana. Gli oggetti sfuggono dalle mani e i gesti abituali diventano incerti.
Oltre ai sintomi classici esistono disturbi meno intuitivi. Sembrano non avere nulla a che fare con il collo, e proprio per questo generano molta ansia.
Molti pazienti raccontano una sensazione strana alla testa. Alcuni dicono di camminare sulle nuvole, altri parlano di una barca ferma in mezzo al mare.
Il disturbo è profondamente fastidioso e genera paura, insicurezza e talvolta veri attacchi di panico. La situazione peggiora quando gli antinfiammatori non danno alcun beneficio.
In genere questi sintomi nascono da disfunzioni delle primissime vertebre, C1, C2 e C3. Anche un’ernia più bassa, tuttavia, può contribuire attraverso la contrattura muscolare che porta con sé. Ne parlo in dettaglio nella pagina sulla sindrome vertiginosa.
Prima di tutto, però, va escluso il problema dell’orecchio. Una visita otorinolaringoiatrica è quindi il passaggio iniziale corretto.
L’acufene è un fischio costante che non cessa nemmeno di notte. Chi ne soffre vede peggiorare sensibilmente la qualità del sonno e della vita.
Le ernie cervicali non causano direttamente questo disturbo. Possono però agire da concausa, perché la rigidità del collo influenza negativamente un distretto già complesso.
Negli anni ho osservato risultati sorprendenti proprio nei casi in cui l’otorino non trovava alcuna causa organica. In quelle situazioni propongo un approccio cervico-cranio-mandibolare per poche sedute. Se i segnali sono incoraggianti proseguiamo, altrimenti cambiamo strada.
Sembra un paradosso, eppure la maggior parte dei pazienti riferisce anche questa sensazione. Le gambe appaiono debolissime e insicure.
La spiegazione è semplice. Un dolore che dura settimane spinge la persona a muoversi sempre meno, e la muscolatura si adatta riducendo il proprio tono.
Il nostro corpo, infatti, è estremamente economico: sviluppa ciò che usa e disinveste da ciò che non serve. Non a caso il sintomo compare quasi sempre dopo un mese di dolore e sopra i 45 anni.
La buona notizia è che regredisce da solo. In genere basta un mese di normale attività quotidiana dopo la scomparsa del dolore.
Un’ernia non provoca problemi di vista. La visione dipende infatti dal secondo nervo cranico, che nasce direttamente dal cervello.
Il rapporto, però, funziona nella direzione opposta. Chi vede male avvicina la testa allo schermo, sovraccarica il collo e sviluppa contratture che nel tempo favoriscono la degenerazione discale.
In questi casi i pazienti riferiscono spesso fotofobia, difficoltà di messa a fuoco, capogiri e mal di testa di origine cervicale.

La diagnosi iniziale spetta al medico specialista. Serve un esame strumentale, ma serve soprattutto una valutazione clinica accurata.
I due momenti non vanno separati. Dire “ho un’ernia” senza un quadro clinico chiaro, del resto, non aiuta a impostare alcuna cura.
Nel nostro centro completiamo il percorso con una diagnosi posturale. In questo modo individuiamo gli squilibri che hanno sovraccaricato il collo negli anni precedenti.
Una volta accertata la presenza di un’ernia sintomatica, iniziamo il percorso riabilitativo. La durata varia da poche sedute a diversi mesi, perché ogni persona risponde a modo suo.
Va detta però una cosa importante. Nella maggior parte dei casi l’ernia è l’ultimo atto di un processo iniziato anni prima, tranne quando dipende da un trauma come il colpo di frusta.
Il nostro trattamento ha tre obiettivi ben precisi.
È la fase acuta e dura circa dieci giorni. Qui combiniamo la terapia farmacologica prescritta dal medico con la terapia fisica strumentale.
Utilizziamo il laser Nd:YAG ad alta potenza, il criolaser e la Tecarterapia per ridurre edema e contrattura. In questo periodo evitiamo invece qualsiasi manovra manuale, perché rischia di peggiorare il quadro.
Appena il dolore si attenua, agiamo sui fattori che lo mantenevano vivo. Il collo bloccato, infatti, alimenta la contrattura, e la contrattura alimenta il blocco.
Interveniamo con tecniche manuali e mobilizzazioni del rachide cervicale. Il massaggio diventa utilissimo in questa fase, purché sia rivolto ai muscoli giusti dopo un’attenta valutazione.

Questa è la fase che amo di più, e purtroppo anche la più trascurata. Quando il dolore scompare, infatti, le cause che lo hanno generato sono ancora tutte al loro posto.
Saltare questo passaggio è l’errore più costoso. Espone il paziente a ricadute, e ogni ricaduta rende il recupero successivo più difficile della volta precedente.
Per questo consiglio sempre un percorso individuale di rieducazione posturale globale. È l’unico modo per modificare gli schemi che hanno sovraccaricato il collo.
La grande maggioranza dei casi si risolve senza chirurgia. Esistono però situazioni in cui la valutazione specialistica diventa urgente.
In presenza di questi segnali il neurochirurgo va consultato subito. Anche dopo l’intervento, comunque, il percorso riabilitativo resta indispensabile.
Al CGM Fisioterapia trattiamo le ernie cervicali dal 1994. Ogni percorso parte da una valutazione clinica e posturale completa, mai da un protocollo standard.
Non esistono pillole magiche né scorciatoie. Esiste invece un problema serio e curabile, che richiede consapevolezza e partecipazione attiva da parte tua.
Questo approccio, negli anni, mi ha permesso di risolvere centinaia di casi anche complessi. Scopri tutti i nostri trattamenti di fisioterapia oppure prenota una visita nel centro più comodo per te.