La tendinite della cuffia dei rotatori è la causa più frequente di dolore alla spalla, e probabilmente il motivo per cui sei arrivato su questa pagina. Riguarda i tendini che tengono ferma la testa dell’omero mentre il braccio si muove.
Qui ti spiego cosa succede davvero a quei tendini, quali sintomi la distinguono da altri problemi di spalla, quando serve un accertamento e come si tratta. E ti dico anche, con onestà, quanto tempo può servire.

La cuffia dei rotatori è formata da quattro muscoli che partono dalla scapola e finiscono con i loro tendini sulla testa dell’omero, avvolgendola come un cappuccio.
Il loro compito non è tanto sollevare il braccio, quanto tenere la testa dell’omero centrata nella sua cavità mentre altri muscoli, più grossi, fanno il movimento. Sono stabilizzatori, non motori.
Quando uno di questi tendini viene sollecitato più di quanto riesca a sopportare, si irrita e diventa doloroso. Il tendine più coinvolto è quello del sovraspinoso, che passa in uno spazio stretto sotto l’acromion.
Il tendine però resta integro: è irritato, sensibilizzato, magari un po’ ispessito, ma non rotto. È questa la differenza che conta.
Tra colleghi usiamo il termine tendinopatia, non tendinite. Il motivo è che il suffisso “-ite” indica infiammazione, e nella maggior parte di questi casi un’infiammazione classica non c’è.
Quello che troviamo è un tendine che ha perso ordine nelle sue fibre e si è fatto più sensibile, in risposta a un carico eccessivo. È una sofferenza da sovraccarico, non un’infezione né uno stato infiammatorio da spegnere.
Ti dico questo perché cambia l’approccio: un tendine sovraccaricato non guarisce riposando e basta. Ha bisogno di essere ricaricato, con gradualità.
Raramente c’è una causa unica. Nella maggior parte dei casi è la somma di più fattori che si accumulano nel tempo.
I gesti ripetuti sopra la testa hanno un ruolo importante: imbianchini, elettricisti, magazzinieri, ma anche chi gioca a tennis, padel o pallavolo. Non perché quei movimenti facciano male, ma perché ripetuti migliaia di volte chiedono molto ai tendini.
Conta anche il contrario: partire da fermi. Un mese di inattività seguito da un weekend di traslochi o da una ripresa in palestra troppo entusiasta è una delle storie che sento più spesso.
Con l’età i tendini diventano meno tolleranti al carico, e anche il diabete, i disturbi della tiroide e il fumo influenzano la loro capacità di adattarsi.
Il modo più utile per capire questo problema è pensare a una bilancia. Da una parte c’è quello che chiedi alla spalla, dall’altra quello che la spalla può sostenere in questo momento.
Finché le due cose sono in equilibrio non hai dolore. Quando la richiesta supera la capacità, anche di poco ma ripetutamente, il tendine protesta.
Da qui discende tutto il trattamento: si può abbassare la richiesta, si può alzare la capacità. La seconda strada è quella che dà risultati duraturi.
Va detto anche che per anni si è parlato di conflitto subacromiale, immaginando un tendine schiacciato dall’osso. Oggi quel modello è stato molto ridimensionato: il problema riguarda soprattutto la capacità del tendine, non uno spazio da liberare.

Il segno più caratteristico è l’arco doloroso: sollevi il braccio di lato, e in un tratto intermedio — grossomodo tra i sessanta e i centoventi gradi — senti male. Sopra e sotto quel tratto il dolore si attenua.
Il dolore si localizza sulla parte esterna della spalla e spesso scende lungo il lato del braccio, ma non oltre il gomito. Se scende fino alla mano con formicolii, il problema probabilmente non è il tendine.
Certi gesti diventano fastidiosi in modo prevedibile: prendere qualcosa da uno scaffale alto, infilare la giacca, allacciarsi il reggiseno, stendere il bucato.
La forza può essere ridotta, ma soprattutto quando il movimento fa male. È diverso dalla debolezza vera, quella in cui il braccio non risponde nemmeno senza dolore.
È il sintomo che pesa di più sulla qualità della vita, e uno dei motivi più frequenti per cui le persone decidono finalmente di farsi vedere.
Dormire sul fianco dolente diventa impossibile, e ci si sveglia più volte. Nel frattempo può aiutare mettere un cuscino sotto il braccio quando dormi sul fianco opposto: non risolve il problema, ma rende le notti più tollerabili.
Nella capsulite adesiva la spalla si blocca in tutte le direzioni, anche quando sono io a muovertela, e la rotazione esterna quasi scompare. Nella tendinopatia il movimento passivo resta buono: fa male, ma c’è.
Nell’artrosi della spalla il dolore è più profondo, più continuo, e la rigidità è mattutina e generalizzata.
Nelle lesioni del cercine compaiono scatti e sensazioni di instabilità, tipicamente in chi fa sport di lancio. Se vuoi un quadro d’insieme, trovi tutto nella pagina sul dolore di spalla.
Nella maggior parte dei casi, all’inizio, no. La diagnosi è clinica: si basa su come si comporta il dolore e su alcuni test in ambulatorio.
C’è una ragione precisa. Dopo i cinquant’anni le alterazioni della cuffia si trovano in moltissime persone che non hanno alcun dolore alla spalla, e la percentuale cresce con l’età.
Questo significa che un referto che parla di tendinopatia o di piccole lesioni non dimostra automaticamente che sia quella la causa del tuo dolore. E non predice come andrà.
L’imaging diventa utile in situazioni precise: dopo un trauma, quando c’è una perdita di forza reale, o quando un percorso ben condotto non sta dando risultati e bisogna capire perché.

Parto sempre da una valutazione: quali gesti scatenano il dolore, quanta forza hai davvero, come si muove la scapola, che cosa ti serve tornare a fare. Il percorso nasce da lì, non da un protocollo prestabilito.

È il cardine del trattamento, ed è anche quello che la ricerca sostiene con più solidità: il rinforzo della cuffia e dei muscoli della scapola riduce il dolore e migliora la funzione (revisione sistematica, 2023).
Si comincia da carichi bassi e movimenti che non irritano, come la rotazione esterna con elastico e il gomito appoggiato al fianco. Poi il carico sale, gradualmente.
Un principio che ripeto sempre: un fastidio moderato durante l’esercizio è accettabile, purché si spenga entro poche ore e la spalla il giorno dopo non stia peggio. Non serve fermarsi al primo pizzico.
Il lavoro attivo lo strutturo dentro un percorso di chinesiterapia e prosegue anche a casa, perché la costanza conta più dell’intensità.
Lavoro sui tessuti attorno alla spalla e sul movimento della scapola, che quando la spalla fa male tende a irrigidirsi o a muoversi in modo scoordinato.
Spesso ci sono zone muscolari contratte e dolenti attorno alla scapola e sul trapezio, che trattate riducono la sensibilità complessiva della zona.
La terapia manuale rende più facile e meno doloroso l’esercizio. Non lo sostituisce: da sola non fa aumentare la capacità del tendine.
Le onde d’urto possono essere una opzione in casi selezionati, soprattutto quando il dolore persiste da mesi. Danno il meglio nelle forme con calcificazione, che sono un’altra cosa rispetto alla tendinopatia semplice.
La tecarterapia e il laser Nd:YAG possono ridurre il dolore e rendere più tollerabile il lavoro attivo.
Voglio essere chiaro su cosa aspettarsi: agiscono sul sintomo e ti aiutano a muoverti, non ricostruiscono il tendine. Le uso come supporto all’esercizio, mai al posto suo.
È la domanda che mi fanno tutti, e merita una risposta onesta invece di una promessa.
I tendini rispondono lentamente. Si adattano al carico in settimane e mesi, non in giorni: è la loro biologia, e non c’è terapia che la acceleri oltre un certo limite.
Il miglioramento del dolore di solito arriva prima del recupero della forza. È il momento più delicato: ci si sente bene, si torna a caricare come prima, e il problema si ripresenta.
Non ti dico in anticipo quante sedute serviranno, perché non lo saprei: dipende da come risponde la tua spalla, e lo verifichiamo strada facendo.
Non può far tornare il tendine come a vent’anni, e non cancella dalla risonanza le alterazioni che vi compaiono. Nessun macchinario può farlo.
Non può risolvere il problema se il carico che lo ha generato resta identico: se torni a fare esattamente le stesse cose, nello stesso modo, il tendine si ritroverà nella stessa situazione.
E non può funzionare senza di te. È il tipo di problema in cui il lavoro tra una seduta e l’altra pesa quanto quello fatto in studio.
Quello che può fare è aumentare la capacità della tua spalla di sopportare il carico, ridurre il dolore e riportarti ai gesti che avevi smesso di fare. Nella grande maggioranza dei casi è esattamente quello che serve.
Sui farmaci e sulle infiltrazioni non entro nel merito: parlane con il tuo medico, è la persona giusta.
Se il tendine si rompe, parzialmente o completamente, il quadro cambia. Il segno che orienta è la perdita di forza vera, quella che resta anche quando il dolore è controllato.
Spesso c’è un episodio preciso: uno strappo, una caduta, un peso sollevato male, seguito da un cedimento improvviso del braccio.
In quel caso serve una valutazione ortopedica, e il percorso è diverso. Ne parlo nella pagina dedicata al tendine della spalla lesionato.
Al termine del percorso ti consegno una relazione scritta con la valutazione iniziale, il lavoro svolto, i risultati raggiunti e gli esercizi da mantenere.
In un problema come questo la parte finale conta parecchio: mantenere un minimo di lavoro sulla cuffia è ciò che riduce le probabilità che il dolore torni.
Puoi essere seguito nella sede di Gravina di Catania, in Via San Paolo 96/B, oppure in quella di Sant’Agata Li Battiati, in Via Alcide De Gasperi 1/3.
Entrambe dispongono delle attrezzature e degli spazi necessari per il lavoro sulla spalla. Scegli quella più comoda da raggiungere.
Se vuoi capire da dove partire, puoi prenotare una visita. Trovi le altre condizioni che tratto nella sezione dedicata alle patologie della spalla.