La riabilitazione dopo frattura del femore è il percorso che riporta in piedi una persona anziana operata, e spesso è il figlio o la figlia a cercarla: “mia madre è caduta, l’hanno operata, è a casa e ora cosa facciamo?”. Questa pagina è scritta per chi accompagna, oltre che per chi è stato operato.
Sono il Dott. Giuseppe Palumbo e dal 1994 seguo la riabilitazione dopo frattura del femore nei due centri CGM di Gravina di Catania e Sant’Agata Li Battiati. Il paziente tipo ha più di settantacinque anni, è caduto in casa, è stato operato con un chiodo o con una protesi parziale, ed è tornato a casa con una lettera di dimissione, un deambulatore e molta paura.
Qui ti spiego cosa succede dopo l’intervento, cosa si può pretendere dalla riabilitazione, cosa può fare la famiglia e perché la prossima caduta è il vero nemico.
Le fratture del femore dell’anziano riguardano quasi sempre la parte alta dell’osso, vicino all’anca: il collo del femore o la zona dei trocanteri. Si operano quasi tutte, e in fretta, perché stare a letto con un femore rotto è più pericoloso dell’intervento. A seconda del tipo di frattura, il chirurgo fissa l’osso con un chiodo o con viti, oppure sostituisce la testa del femore con una protesi parziale.
Il primo pezzo di riabilitazione avviene in ospedale, nei giorni dopo l’intervento: alzarsi, sedersi, fare i primi passi con il deambulatore. È il momento più importante, perché ogni giorno passato a letto costa forza, equilibrio e fiducia, e in un anziano si pagano cari. Quando la persona torna a casa, il lavoro è appena cominciato.
Se l’intervento è stato una protesi totale d’anca, la pagina sul dolore dopo protesi d’anca completa questa. Se la frattura riguarda il bacino, il percorso è simile e trovi le altre condizioni della zona tra le patologie del bacino.
Il primo obiettivo non è camminare: è non perdere quello che c’è. Mantenere la forza delle gambe e delle braccia, il respiro, la mobilità delle altre articolazioni, l’appetito e il sonno. Una persona anziana che resta ferma due settimane può non recuperare più quello che aveva.
Il secondo è l’autonomia nei passaggi: girarsi nel letto, mettersi seduti, alzarsi dalla sedia, andare in bagno. Sono i gesti che decidono se una persona può stare a casa propria o no, e si allenano uno per uno.
Il terzo è camminare: prima con il deambulatore, poi con il bastone, poi senza, su percorsi sempre più lunghi e su terreni sempre più difficili. Il quarto, che si lavora dal primo giorno, è l’equilibrio: tornare a camminare senza ricadere.
Non ci sono tempi uguali per tutti. Dipendono da come stava la persona prima della caduta, dal tipo di intervento, dalle altre malattie, da quanto si muove ogni giorno. Chi promette “tra due mesi cammina” non la conosce.
È la domanda che mi fanno tutti i familiari, e la risposta è nella lettera di dimissione. Il carico lo decide il chirurgo in base al tipo di frattura e di impianto: alcune fratture fissate bene permettono di appoggiare subito tutto il peso, altre richiedono di proteggere la gamba per un periodo, altre ancora un carico parziale.
Io leggo quella lettera prima di cominciare, e la rispetto. Quando il chirurgo concede il carico completo, lo uso dal primo giorno: appoggiare la gamba non è un rischio, è la cosa che la rimette in funzione. Quando il carico è limitato, insegno alla persona e alla famiglia come rispettarlo senza rinunciare a muoversi.
Una radiografia di controllo la decide il chirurgo ai controlli programmati. Non è un esame di routine per la fisioterapia, e non serve “per vedere se l’osso è guarito” ogni settimana.
Il deambulatore è lo strumento giusto nelle prime fasi: dà quattro punti di appoggio e permette di camminare presto senza paura. Si tiene vicino al corpo, si avanza di poco alla volta, e si impara a girarsi senza fare perno sulla gamba operata. La famiglia impara ad assistere senza sostituirsi: accanto, non davanti.
Il passaggio al bastone, tenuto dal lato opposto a quello operato, arriva quando la camminata è stabile, non quando “sono passate le settimane giuste”. Toglierlo troppo presto fa zoppicare di più e aumenta il rischio di caduta; tenerlo troppo a lungo fa perdere equilibrio. La decisione la prendo guardando la persona camminare.
Le scale, salire e scendere dall’auto, il bagno e la doccia si allenano in studio come gesti veri, perché a casa saranno quelli a decidere l’autonomia. Un buon recupero si misura su ciò che la persona riesce a fare, non sui gradi di movimento dell’anca.
Parto sempre dalla lettera di dimissione e da una valutazione di come sta la persona: come si alza, come cammina, quanta forza hanno le gambe, quanto regge in piedi, se ha paura, come sta la schiena e l’altra gamba. Da qui nasce un piano semplice, che la persona capisca e che la famiglia possa sostenere a casa.
Il cuore del lavoro è la forza delle gambe e l’equilibrio: alzarsi e sedersi, salire un gradino, stare in piedi su un appoggio sempre più piccolo, camminare con cambi di direzione. Le revisioni più solide, come quella della Cochrane sulla mobilità dopo frattura dell’anca, indicano che i programmi di esercizio proseguiti dopo la dimissione migliorano la capacità di camminare. Si lavora in studio, dove ho spazio e attrezzi, e si continua a casa ogni giorno con pochi esercizi scelti bene.
Con la terapia manuale lavoro sulla rigidità dell’anca e del ginocchio, sulla cicatrice e sui muscoli che si sono accorciati nei giorni a letto. Le terapie strumentali non sono un trattamento a sé: le integro con la manuale, per abbassare il dolore quel tanto che serve a far muovere la persona. Non sostituiscono mai l’esercizio, e nessuna macchina “fa guarire l’osso”: quello lo fa il tempo, con il carico giusto.
Alla famiglia chiedo tre cose: far muovere la persona ogni giorno, anche poco; non fare al posto suo quello che può fare da sola, anche se è lento; sistemare la casa. Per i farmaci, il dolore e le altre malattie valgono le indicazioni del medico curante e del chirurgo: parlatene con loro.
Chi si è fratturato il femore cadendo è una persona che cade. La frattura si opera, ma la tendenza a cadere resta, e la seconda caduta è spesso peggiore della prima. Per questo l’equilibrio è nel programma dal primo giorno, e per questo la casa va guardata con occhi nuovi.
Via i tappeti, luce accesa di notte tra letto e bagno, maniglie in doccia e accanto al water, sedie con braccioli, scarpe chiuse anche in casa, occhiali e udito controllati. Sono interventi semplici, costano poco, e fanno più di qualsiasi seduta.
La frattura da caduta è spesso il primo segno di un osso fragile. Non è mio compito prescrivere nulla, ma è mio compito dirvi che è il momento di parlarne con il medico curante, che può valutare l’osteoporosi e cosa fare.
Non può far consolidare l’osso più in fretta, né correggere un impianto che non tiene: quello spetta al chirurgo, e se la valutazione mi fa sospettare un problema dell’impianto rimando subito a lui. Non può restituire a una persona di novant’anni il passo che aveva a sessanta: può restituirle la casa, il bagno, la cucina, la strada sotto casa.
E non può fare il lavoro al posto della persona e della famiglia. Due sedute a settimana non bastano se gli altri cinque giorni si sta in poltrona. Chi promette di “rimetterla in piedi” senza che lei faccia nulla vi sta vendendo qualcosa.
Al termine di ogni ciclo consegno una relazione fisioterapica scritta, con la valutazione iniziale, il lavoro svolto, gli esercizi da continuare a casa e le indicazioni per la famiglia. È utile da portare al chirurgo ai controlli e al medico curante.
La riabilitazione si svolge in studio, in entrambe le sedi: Gravina di Catania, in Via San Paolo 96/B, con parcheggio libero davanti all’ingresso, e Sant’Agata Li Battiati, in Via Alcide De Gasperi 1/3, con parcheggio privato. Le altre condizioni dell’anca le trovi nella pagina sulle patologie dell’anca, le fratture e i dolori del bacino tra le patologie del bacino, e l’indice completo in tutte le patologie trattate.
Se un tuo genitore è stato operato e vuoi sapere cosa fare adesso, prenota una visita: portate la lettera di dimissione, partiamo da lì.