Se hai una lesione del menisco scritta su un referto, la domanda che ti sei fatto è una sola: devo operarmi? Ti dico subito che la risposta dipende molto meno dalla risonanza di quanto immagini.
Esistono due situazioni completamente diverse che portano allo stesso referto. Una riguarda il ragazzo che si è torto il ginocchio giocando. L’altra riguarda l’adulto che si è semplicemente accovacciato per raccogliere qualcosa.
Confondere le due è l’errore più comune, e porta a decisioni sbagliate in entrambe le direzioni. In questa pagina ti spiego come distinguerle e cosa succede in ciascun caso.

In ogni ginocchio ci sono due menischi, uno interno e uno esterno. Sono due cuscinetti a forma di mezzaluna, appoggiati sulla superficie superiore della tibia.
Servono a due cose. Distribuiscono il carico che scende dal femore su una superficie più ampia, e accompagnano i piccoli movimenti di rotazione del ginocchio rendendoli stabili.
Sono fatti di un tessuto fibroso resistente, ma la loro parte più interna riceve poco sangue. È il motivo per cui certe lesioni non hanno la possibilità di rimarginarsi da sole, mentre altre, più periferiche, sì.
Questa differenza conta molto più dell’estensione della lesione, ed è uno degli elementi che l’ortopedico valuta.

Succede su un menisco sano, in genere sotto i quarant’anni. Il piede resta piantato a terra, il corpo ruota, il ginocchio subisce una torsione che il menisco non riesce ad assorbire.
Il racconto è netto: c’è un prima e un dopo. Spesso un dolore acuto immediato, poi un gonfiore che compare nelle ore successive.
In un trauma distorsivo importante il menisco raramente si lesiona da solo. Quando succede insieme a un legamento, il percorso cambia del tutto: ne parlo nella pagina sulla rottura del crociato anteriore.
È tutt’altra storia, ed è di gran lunga la più frequente in studio. Qui il menisco si è assottigliato e ha perso elasticità nel corso degli anni, come succede a tutti i tessuti.
A un certo punto cede, spesso senza alcun trauma degno di questo nome: un movimento banale, un accovacciamento, il gesto di alzarsi da terra.
Non è un incidente, è un processo. E quasi sempre non riguarda solo il menisco: la cartilagine attorno partecipa allo stesso invecchiamento, motivo per cui questa condizione e l’artrosi del ginocchio si presentano spesso insieme.
Il dolore si concentra sulla linea articolare, cioè su quella fessura che senti ai lati del ginocchio se lo pieghi e ci passi il dito sopra. Più spesso all’interno che all’esterno.
Peggiora in alcune posizioni precise: accovacciarsi, ruotare il corpo con il piede fermo, scendere le scale, alzarsi dopo essere stato seduto a lungo.
Molti mi riferiscono una sensazione di scatto o di qualcosa che si incastra. Da sola non significa lesione: le ginocchia fanno rumori di ogni tipo anche quando stanno bene.
Se il dolore si concentra nella parte posteriore, il quadro può essere diverso e trovi altre spiegazioni nella pagina sul dolore dietro al ginocchio. Se invece è davanti, sotto la rotula, guarda la tendinopatia rotulea.
Questa è la sezione che ti chiedo di leggere con più attenzione, perché cambia il modo di guardare il tuo referto.
Dopo i cinquant’anni, trovare una lesione meniscale in risonanza è comune. Anche in ginocchia che non fanno male e non hanno mai dato problemi. È un reperto frequente, non una spiegazione automatica del dolore.
Questo significa una cosa precisa: se hai dolore e la risonanza mostra una lesione, non è detto che quella lesione sia la causa del tuo dolore. Potrebbe esserci da anni.
È lo stesso principio che vale per tutta la diagnostica per immagini: i reperti radiologici non predicono il dolore. Contano molto di più cosa riesci a fare, cosa hai smesso di fare e come si muove il ginocchio.
Non sto dicendo che la risonanza sia inutile. Serve, soprattutto nelle lesioni traumatiche del giovane e quando si sta valutando un intervento. Dico che va letta insieme alla persona, non al posto della persona.
Quali esami servano lo decide il medico. Il mio compito comincia dopo, e riguarda come quel ginocchio si muove oggi.
La decisione spetta all’ortopedico, insieme a te. Io non formulo indicazioni chirurgiche. Quello che posso fare è dirti quali elementi pesano, così arrivi alla visita con le domande giuste.
Sulle lesioni degenerative dell’adulto, la ricerca degli ultimi anni ha cambiato il quadro. Il confronto diretto tra chirurgia artroscopica ed esercizio terapeutico, seguito fino a dieci anni di distanza, non ha mostrato la superiorità dell’intervento che si dava per scontata.
Per questo oggi, in queste situazioni, molti ortopedici propongono di provare prima il percorso conservativo. Non è un ripiego: è una scelta basata sui risultati.
Discorso diverso per le rotture traumatiche del giovane, per i blocchi articolari e per alcune lesioni in posizione favorevole che possono essere riparate. Lì la valutazione chirurgica ha tutto il suo peso.
Una cosa utile da sapere prima di parlarne con lo specialista: l’intervento più diffuso non ricuce il menisco, ne rimuove la parte danneggiata. Non è un dettaglio da poco, ed è giusto che tu lo chieda.

Si parte dal calmare il ginocchio: ridurre il gonfiore, recuperare la distensione completa, togliere la rigidità che si è costruita nelle settimane in cui hai camminato in modo diverso.
Poi comincia la parte che conta davvero, il rinforzo. Cosce e glutei devono tornare a reggere il carico che il menisco non distribuisce più come prima.
Si sale poco alla volta, partendo da posizioni che il ginocchio tollera bene e aggiungendo gradualmente flessione e carico. Questo lavoro è chinesiterapia individuale: nessun esercizio di gruppo, nessuna scheda uguale per tutti.
Quando la rigidità coinvolge anche anca e bacino, e cambia il modo in cui il ginocchio riceve il peso, può entrare in gioco il Metodo Mézières.
Nelle fasi in cui il dolore limita troppo il movimento uso terapie strumentali come la tecarterapia o l’Interix. Servono a ridurre il dolore e a rendere possibile l’esercizio, mai a riparare il menisco, e non le uso da sole.
Chi ha già deciso di operarsi può arrivare all’intervento in condizioni migliori: un ginocchio meno gonfio e una muscolatura più forte rendono il dopo più semplice.
Dopo l’intervento seguo il recupero in studio, coordinandomi con quanto indicato dal chirurgo. I tempi e le tappe li stabilisce lui, in base a cosa ha trovato e a cosa ha fatto: non li anticipo su una pagina web.
Sono le cose che dico in valutazione, e preferisco che tu le sappia prima.
Quello che può fare è togliere dolore, restituirti movimento e forza, e permetterti di tornare alle cose che avevi smesso di fare. Nella maggior parte dei casi è esattamente ciò che serve.
Al termine del percorso ti consegno una relazione fisioterapica scritta, con la valutazione iniziale, il lavoro svolto e i risultati raggiunti.
È utile a te per avere una traccia chiara, e all’ortopedico o al tuo medico per proseguire senza ripartire da zero. Se stai valutando un intervento, è anche un documento che racconta cosa è stato provato prima.
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