L’ernia dorsale è la fuoriuscita di materiale da un disco intervertebrale nel tratto centrale della colonna, quello compreso tra il collo e la zona lombare.
È molto più rara delle altre: rappresenta meno dell’uno per cento di tutte le ernie discali. Se hai appena letto questo termine su un referto, sappi che è una situazione poco comune ma ben conosciuta.
Merita però un’attenzione particolare, e in questa pagina ti spiego perché. Nel tratto dorsale lo spazio attorno al midollo spinale è più stretto che altrove.
Sono il Dott. Giuseppe Palumbo e mi occupo di problemi della colonna dal 1994, nei due centri CGM di Gravina di Catania e Sant’Agata Li Battiati.
Tra una vertebra e l’altra c’è un disco, formato da un anello fibroso esterno e da un nucleo più morbido all’interno. Quando l’anello cede, parte del nucleo esce dalla sua sede.
Il meccanismo è lo stesso che descrivo nella pagina sull’ernia del disco lombare, dove trovi anche la differenza tra bulging, protrusione ed ernia vera e propria.
Quello che cambia, nel tratto dorsale, è dove va a finire quel materiale. Qui il canale che contiene il midollo spinale è più stretto, e il midollo occupa una porzione maggiore dello spazio disponibile.
La ragione è la stessa che spiego nella pagina sulla dorsalgia: ogni vertebra dorsale è ancorata a due costole, e le costole formano la gabbia toracica.
Di conseguenza il tratto dorsale si muove pochissimo. I dischi subiscono meno sollecitazioni rispetto a quelli lombari o cervicali, e si danneggiano molto più di rado.
La stessa rigidità che rende questo tratto soggetto a dolori muscolari e articolari, quindi, lo protegge dalle ernie.
I disturbi variano molto, e proprio per questo l’ernia dorsale viene spesso confusa con altro. Una revisione sull’ernia discale dorsale segnala che le presentazioni atipiche sono frequenti e portano spesso a diagnosi iniziali sbagliate.
Il quadro più comune è un dolore nella parte centrale della schiena, che può restare lì oppure allungarsi lungo una costola verso il fianco o il petto.
Quando gira in avanti diventa indistinguibile da un dolore intercostale di altra origine, e capita che venga scambiato per un problema di cuore, di stomaco o di cistifellea.
Questo è il gruppo di sintomi che cambia tutto. Quando l’ernia arriva a comprimere il midollo spinale, i disturbi non si sentono più nella schiena ma nelle gambe.
Compaiono debolezza, sensazione di gambe pesanti o rigide, formicolii, un’andatura che diventa incerta. In alcuni casi si aggiungono difficoltà a controllare vescica o intestino.
Questi segnali non vanno mai osservati per vedere se passano. Richiedono una valutazione medica rapida, come spiego qui sotto.
Accade spesso. Una risonanza fatta per altri motivi mostra un’ernia dorsale in una persona che non ha alcun disturbo in quella zona.
Non è un errore del radiologo, ed è una situazione più comune di quanto si creda: le alterazioni dei dischi si trovano anche in persone che stanno benissimo.
I reperti radiologici, da soli, non predicono il dolore. Un referto va sempre letto insieme ai sintomi e a quello che il corpo fa davvero: senza disturbi corrispondenti, quell’immagine non richiede alcun trattamento.
La prima cosa che verifico non riguarda la schiena, ma le gambe. Controllo forza, sensibilità, riflessi e cammino, perché è lì che si manifesta un eventuale coinvolgimento del midollo.
Se emerge anche un solo dubbio in quella direzione, il percorso si ferma e ti rimando al medico. È una scelta di prudenza che considero non negoziabile.
Quando invece il quadro è puramente doloroso, valuto la mobilità del dorso, l’escursione delle costole nel respiro e il comportamento dei segmenti vicini.

Quando non c’è coinvolgimento del midollo, il percorso è conservativo e somiglia a quello di altre condizioni del tratto dorsale. Si definisce dopo la valutazione, senza stabilire in anticipo il numero di sedute.
L’obiettivo è abbassare il dolore quanto basta per tornare a muoverti. Riduci le attività che lo accendono, ma non azzerarle: l’immobilità peggiora la rigidità di un tratto già poco mobile.
Possono aiutare il trattamento manuale dei tessuti e alcune terapie strumentali come la tecarterapia, il cui compito è dare sollievo e riaprire la strada al movimento.
Per l’eventuale supporto farmacologico, il riferimento è il tuo medico.
È la parte che incide sul lungo periodo. Si lavora sulla mobilità del dorso in estensione e rotazione, sull’espansione della gabbia toracica e sul respiro.
Segue il lavoro di forza, con la chinesiterapia e la ginnastica medica, perché una colonna che ha ritrovato movimento ha bisogno di muscoli che lo sostengano.
L’indicazione chirurgica riguarda soprattutto i casi con segni di sofferenza del midollo, oppure quelli in cui i disturbi neurologici peggiorano nel tempo.
La decisione spetta al neurochirurgo, che valuta immagini, sintomi ed evoluzione. Non è una scelta che possa fare un fisioterapista, e non è una scelta che si prende leggendo una pagina web.
Dopo un eventuale intervento la riabilitazione ha un ruolo importante, e si imposta seguendo le indicazioni del chirurgo.
La fisioterapia non fa rientrare un’ernia e non modifica quello che si vede su una risonanza. Chi lo promette sta dicendo qualcosa che la letteratura non sostiene.
Soprattutto, non tratta la compressione del midollo. In presenza di segni neurologici alle gambe la fisioterapia non è una alternativa alla visita specialistica: è una scelta pericolosa.
Quello che può fare, nei casi appropriati, è ridurre il dolore, restituire mobilità al dorso e rimetterti in condizione di usare la schiena senza timore.
Al termine del ciclo ricevi una relazione fisioterapica scritta, utile anche da portare allo specialista, con quello che è stato fatto e le indicazioni per il mantenimento.
Ci trovi nella sede di Gravina di Catania, in Via San Paolo 96/B, e nella sede di Sant’Agata Li Battiati, in Via Alcide De Gasperi 1/3.
Se hai un referto in mano e nessun segnale neurologico, prenota una visita: si parte da una valutazione, mai da un protocollo deciso in anticipo.