Il dolore alla spalla è uno dei motivi più frequenti per cui le persone si rivolgono a un fisioterapista. Ed è anche uno dei più difficili da inquadrare, perché in quella zona convergono strutture molto diverse tra loro.
Chi arriva da me di solito ha già un nome in mente: tendinite, artrosi, calcificazione. A volte è quello giusto, altre volte no.
Questa pagina serve proprio a orientarti. Non spiega una singola patologia, ma ti aiuta a capire in quale famiglia rientri, e ti rimanda alla pagina giusta.
Sono il Dott. Giuseppe Palumbo e mi occupo di spalle dal 1994, nei due centri CGM di Gravina di Catania e Sant’Agata Li Battiati.

È un sintomo, non una diagnosi. Indica dove senti il fastidio, non quale struttura lo sta producendo.
Non è affatto raro. Una revisione sistematica sulla prevalenza globale del dolore di spalla ha raccolto i dati di sessantuno studi, e mostra quanto sia diffuso in tutte le fasce d’età e in tutti i paesi.
Il lavoro vero, quindi, comincia dopo: capire quale struttura è coinvolta e, soprattutto, come si comporta la tua spalla quando la muovi.
La spalla è l’articolazione più mobile del corpo, e questa libertà ha un prezzo. La testa dell’omero si appoggia su una cavità della scapola molto poco profonda, come una palla su un piattino.
A tenerla in sede ci pensano i tessuti molli: la capsula, i legamenti e soprattutto i muscoli della cuffia dei rotatori. Non è l’osso a garantire la stabilità, sono loro.
Di conseguenza, quando uno di questi elementi smette di funzionare bene, la spalla lo sente subito. E dato che la usiamo per qualunque gesto della giornata, il problema si fa notare in fretta.
Nella pratica quotidiana trovo più utile partire da come si comporta la spalla che dal nome della patologia. Le famiglie sono tre, e riconoscere la propria orienta già molto.
Qui il tratto dominante è la rigidità. Il braccio non arriva più dove arrivava, e non arriva nemmeno quando è qualcun altro a muoverlo.
È il comportamento tipico della capsulite adesiva, la spalla congelata, e in parte anche dell’artrosi della spalla.
Qui succede il contrario: l’articolazione si muove più di quanto dovrebbe. Non sempre fa male, ma dà una sensazione inconfondibile.
Le persone la descrivono come una spalla che “va via”, come un senso di vuoto o di braccio morto, con una debolezza improvvisa. Rientrano qui le lussazioni, le sublussazioni e le instabilità, comprese le lesioni del cercine come la lesione SLAP.
Il movimento c’è, ma ogni gesto costa. A volte il dolore è presente anche a riposo, e la notte diventa il momento peggiore.
È la famiglia più numerosa, e comprende le tendinopatie della cuffia dei rotatori, le calcificazioni tendinee e le lesioni dei tendini.
Molte spalle, va detto, appartengono a più di una famiglia contemporaneamente. È normale, e serve solo a ricordare che le etichette servono a orientarsi, non a incasellare.
A volte c’è un evento preciso: una caduta, uno strappo, un movimento brusco. In questi casi il paziente sa esattamente quando è cominciato.
Molto più spesso, però, non c’è nessun episodio scatenante. Il dolore si è costruito nel tempo, attraverso microtraumi ripetuti che hanno superato la capacità di recupero dei tessuti.
Chi lavora con le braccia sopra la testa, chi fa sport di lancio o di racchetta, chi ha aumentato di colpo l’attività dopo un periodo fermo: sono le situazioni che vedo più spesso.
Ci sono infine le forme degenerative, legate al passare degli anni, che interessano i tendini o la cartilagine dell’articolazione.
È una situazione più comune di quanto si pensi, e va sempre considerata prima di trattare.
Un’irritazione delle radici nervose del collo può riferire il dolore alla spalla e lungo il braccio. Il segnale che orienta è la presenza di formicolii o di perdita di forza alla mano: in quel caso valuto la cervicobrachialgia e il tratto cervicale, come spiego nella pagina sulla cervicalgia.
Esiste poi una minoranza di casi in cui il dolore arriva da organi interni. Il criterio che uso è semplice: se il dolore non cambia in alcun modo con il movimento e con la posizione, non è di mia competenza.
Parto sempre dal movimento. Ti chiedo di alzare il braccio, di portarlo dietro la schiena, di ruotarlo, e osservo dove si ferma e dove compare il dolore.
Poi muovo io il tuo braccio. È il passaggio che distingue le tre famiglie: una spalla che si blocca anche passivamente racconta una storia diversa da una che si muove tutta ma fa male.

Verifico infine la forza dei singoli gruppi muscolari e come si muove la scapola, che è la base su cui la spalla lavora. Da qui nasce il piano di lavoro, costruito su di te e non su un protocollo.
Servono quando c’è un motivo preciso per farli, non come primo passo. Una valutazione clinica ben condotta chiarisce la maggior parte dei casi.
Va poi tenuto presente un punto che ripeto spesso: i reperti radiologici non predicono il dolore. Calcificazioni, segni di artrosi e persino lesioni dei tendini si trovano anche in moltissime persone che non hanno alcun disturbo.
Ogni esame ha inoltre i suoi limiti: la risonanza fotografa la spalla ferma, l’ecografia la vede in movimento ma dipende molto da chi la esegue. La prescrizione spetta comunque al medico.
Il percorso cambia molto a seconda della famiglia in cui rientri, e si definisce dopo la valutazione. Non stabilisco in anticipo quante sedute serviranno.
Nella fase iniziale l’obiettivo è abbassare il dolore quanto basta per poter lavorare sul movimento. Il trattamento manuale dei tessuti e le mobilizzazioni hanno un ruolo importante.
Possono affiancarsi alcune terapie strumentali come la tecarterapia, il laser Nd:YAG o, nelle calcificazioni, le onde d’urto. Il loro ruolo è dare sollievo e rendere possibile l’esercizio, non curare da sole.
Se pensi di aver bisogno di un farmaco o di un’infiltrazione, parlane con il tuo medico.
È la fase che determina il risultato nel tempo, ed è anche quella che viene abbandonata più spesso, appena il dolore si attenua.
Si costruisce forza sui muscoli che stabilizzano la spalla, si recupera il movimento perso e si insegna alla scapola a lavorare come deve. Il carico cresce gradualmente, calibrato su quanto la tua spalla tollera.

Gli strumenti sono la chinesiterapia e la ginnastica medica, con una parte che continui a casa. Per chi fa sport, il rientro è graduale e passa dal gesto tecnico.
La fisioterapia non ripara un tendine rotto e non cancella l’artrosi. Non modifica quello che si vede su una risonanza.
Non garantisce inoltre che tutte le spalle guariscano allo stesso modo: una parte delle persone conserva sintomi anche a distanza di mesi, e questo va detto prima, non dopo.
Quello che può fare, e che nella maggior parte dei casi funziona, è ridurre il dolore, restituire movimento e forza, e rimetterti in condizione di usare il braccio senza pensarci.
Al termine del ciclo ricevi una relazione fisioterapica scritta, con il lavoro svolto, i risultati raggiunti e le indicazioni per mantenerli nel tempo.
Ci trovi nella sede di Gravina di Catania, in Via San Paolo 96/B, dove eseguiamo anche le onde d’urto focali, e nella sede di Sant’Agata Li Battiati, in Via Alcide De Gasperi 1/3.
Trovi tutte le condizioni di questo distretto nella sezione patologie della spalla. Se non riesci a capire in quale famiglia rientri, prenota una visita: è esattamente il lavoro che facciamo nella prima seduta.